Storie Interrotte in Rete
Il blog di "Storie Interrotte" è la parte interattiva di un progetto realizzato lo scorso anno, utilizzando i linguaggi diversi dell'editoria, del teatro, della radio. Il progetto è nato per promuovere la conoscenza delle idee, dei successi, degli errori di cinque padri fondatori del nostro paese, quali Crispi, Nitti, Sturzo, Menichella e Di Vittorio, attraverso “dialoghi possibili” con i loro contemporanei. L'esperienza già svolta ci spinge oggi ad una iniziativa ancor più audace delle precedenti.
Sta proprio qui l’obiettivo del blog: chiamare quei personaggi del passato a un dialogo questa volta “impossibile” con noi, immaginare quello che la loro esperienza li potrebbe indurre a scrivere, a narrarci, di fronte alle vicende dei nostri giorni. E’ un “gioco” che può permetterci di discutere salendo sulle loro spalle, anche tirandoli "forzatamente" per la giacca, ma comunque alzando il tiro e il livello del nostro confronto.

Onorevoli colleghi

mag, 19

'08

Leggo e mi tengo aggiornato sui disegni di politica estera dei diversi schieramenti in campo. L’Italia ha timore di sentirsi grande o media potenza. Perché?

Io ho avuto il coraggio di dare all’Italia un ruolo di potenza mediterranea che gli era affidata dalla sua posizione geopolitica e della storia. La mia politica coloniale era figlia dello spirito risorgimentale. Ho compreso che l’Italia o si assumeva una responsabilità nello scacchiere internazionale o era destinata a restare una espressione geografica. Ho combattuto in campo aperto la concorrenza delle grandi potenze della vecchia Europa. Volevo fare una grande Italia e ho fatto i conti con un Paese piccolo e senza ambizioni. Ho combattuto l’Italia degli interessi particolaristici che considerava la politica estera come funzionale al mantenimento dello status quo. Perché nessuno ha ricordato più che i morti di Adua erano anch’essi figli dell’Italia?

So che oggi questo argomento è lontano dallo spirito dei tempi. Resta il problema che l’Italia ha rimosso il tema della politica esterna nei discorsi elettorali. Ciò che intendo sostenere è che uno Stato moderno ha bisogno di assumersi le sue responsabilità nelle crisi internazionali. Non si può delegare la politica estera ad una potenza straniera. I calcoli di bottega lasciamoli ad altri. Lascio a voi la mia profezia per il futuro.

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Lavoratori italiani, cittadini lavoratori, uomini di tutte le forme, di tutte le espressioni della cultura!

mag, 16

'08

Ricordo nella bouvet di Montecitorio Nadia Gallico Spano, eletta nella Assemblea Costituente, con in braccio una piccola creatura. Ricordo con piacere di avere scoperto grazie a Lei, il cous-cous che aveva imparato a cucinare in Tunisia dove aveva trascorso gli anni dell’adolescenza e aveva conosciuto il suo futuro marito Velio Spano.

Nel 1946 le donne per la prima volta furono ammesse al diritto di voto. Eravamo orgogliosi che una donna fosse chiamata a decidere del futuro dell’Italia e la scrittura della carta costituzionale. Ma a ben vendere le donne elette erano, allora, solamente 21!

Un numero esiguo e poteri limitati. Nel mio sindacato, la CGIL, le donne hanno guidato con Teresa Noce la battaglia per la parità delle retribuzione e dei diritti nel mondo del lavoro. Eppure devo riconoscere che, al di là delle eccezioni, pure illustri, hanno avuto nel movimento operaio un ruolo di secondo piano.

Oggi è veramente superato il problema di parità tra i sessi? Da un confronto con gli altri Paesi più avanzati direi di no. La questione più che risolta è stata rimossa e accantonata. Allora ci illudemmo che bastava il diritto di voto a cambiare il destino dell’umanità, ma oggi devo dire che nonostante i traguardi raggiunti, questa grande battaglia non è stata vinta.

Tocca, ora, alle masse popolari, agli uomini e le donne riprendere questa lotta. E’ l’ora di agire!

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Signori partecipanti

mag, 15

'08

L’inflazione è la più grave delle ingiustizie sociali. Una tassa al rovescio, colpisce i cittadini onesti e favorisce la finanza allegra. E vero, come dicono gli economisti, che oggi siamo nell’èra dell’incertezza, quindi è difficile combattere questo male, però…

Nel 1946 quando sono entrato in Bankitalia l’inflazione falcidiava gli stipendi degli italiani. La maggioranza e l’opposizione erano critiche verso un provvedimento autoritario per rimettere ordine. Allora, come oggi, la democrazia attraversava una fase di debolezza e incertezza.

Allora abbiamo usato le armi dell’astuzia della ragione per evitare il cambio della moneta. Quanti stratagemmi abbiamo immaginato pur di evitare una manovra che avrebbe depresso l’economia del Paese! Poi è venuto il quarto governo De Gasperi e grazie alla fiducia che mi ha dato Luigi Einaudi ho diretto la svolta. Abbiamo impiegato i sacrifici dei cittadini per restituirgli ricchezza.

Mi domando, perché la classe dirigente di oggi non ha il coraggio di imprimere una svolta, di prendere una decisione. La conquista della fiducia degli italiani si conquista anche con il coraggio delle scelte, oppure credere che l’impopolarità di cui gode la classe politica sia frutto di immaginazione?

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A tutti gli uomini liberi e forti

mag, 14

'08

Quanti anni sono trascorsi da quando ero esule negli Stati Uniti, ospite del Paese della libertà e del progresso, la democrazia dove Dio e laicità vanno d’amore e d’accordo. Da lì abbiamo attaccato il nostro Paese, abbiamo continuato la nostra battaglia civile contro il Fascismo. Per il nostro atteggiamento siamo stati accusati di essere al soldo di uno Stato straniero.

Dopo la fine della guerra abbiamo chiesto una rottura netta con il passato. Abbiamo preteso la cacciata della monarchia fellona. Con me era l’amico Gaetano Salvemini e anche il leggendario direttore d’orchestra Arturo Toscanini. Il nostro atteggiamento era dettato da indignazione morale. Come poteva l’Italia rinascere con un compromesso con chi aveva sostenuto il Regime?

Certo non nego che la lontananza e le nostre convinzioni politiche ci hanno indotto a guardare la realtà come immobile. Ci hanno condotto ad assumere posizioni radicali. Il mio errore, come gli storici hanno scritto, non è stato combattere l’Italia mussoliniana, quanto di non aver saputo riconoscere le trasformazioni avvenute negli anni Trenta. Detto ciò tutti noi credevamo nell’Italia. Eravamo pieni di speranza e di fiducia nel successo.

Oggi non so se farei rientro in Italia… voi che ne pensate ?

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Fedeli elettori di Muro Lucano

mag, 13

'08

C’è una questione più complessa del dramma dei rifiuti, è la questione della inadeguatezza delle classi dirigenti meridionali. Per il problema dei rifiuti si è evocato il concetto di catastrofe. E’ un alibi che  offre una giustificazione all’irresponsabilità degli amministratori, con la categoria dell’impotenza dell’uomo davanti ad un evento in larga misura imprevedibile. Ma scherziamo?

A costoro dico: perché ciò che avvenuto in Campania non succede, ad esempio a Parigi o a Berlino? Il punto è un altro e chiama in gioco la mentalità collettiva. Questo episodio chiama in gioco la scarsa attenzione dei governanti ai problemi del rapporto con la natura.

I morti del terremoto di Reggio del 1908 potevano essere in numero assai minore se si fossero adottate le norme edilizie antisismiche, che pure erano state fissate dopo il sismi del 1783 in quelle zone. Molte frane potevano essere evitate, se soltanto non si fosse spogliata la montagna appeninica dei boschi. Il discorso potrebbe proseguire oltre. Mi fermo qui nella speranza di essere stato ascoltato da chi oggi ha potere di deliberare.

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Lavoratori italiani, cittadini lavoratori, uomini di tutte le forme, di tutte le espressioni della cultura!

mag, 2

'08

Leggo di scioperi contro il licenziamento nel pubblico impiego dei cosiddetti “fannulloni” e l’introduzione dei criteri di produttività nella pubblica amministrazione. Il sindacato si oppone evocando l’epoca di Scelba in cui venivano licenziati gli impiegati in quanto comunisti. Lo dico con orgoglio allora come oggi porterei gli impiegati in piazza per difendere la loro dignità e la libertà di pensiero. Il punto però è un altro. Non si può confondere una battaglia corporativa per una lotta generale. Non si può usare un principio nobile per una difesa ingiustificata. Il sindacato ha una responsabilità verso tutta la nazione. Nella mia idea il pubblico impiego è innanzitutto un servitore dello Stato e dunque dei cittadini.

Il travet durante il fascismo accettava privilegi e in cambio rinunciava alla sua missione democratica. Noi abbiamo combattuto i residui feudali ancora presenti nella vita e nell’organizzazione del lavoro di questo settore. E’ questa la rivoluzione che ho auspicato per il pubblico impiego. Alla politica chiedo di fare un passo indietro e rinunciare dal desiderio di controllo sulle nomine, ad ogni livello, specie negli organismi tecnici. Non è forse vero che i dirigenti delle Asl sono tutti di nomina politica, senza distinzione di colore? Badate che i lavoratori sono più avanti delle idee dei loro rappresentanti. Non è forse vero che 1955 fu l’elezione per le commissioni interne alla Fiat ad aprire un ripensamento autocritico nella Cgil? Da dove verrà ora il ripensamento?

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Signori partecipanti

mag, 1

'08

In pochi ricordano il mio volto, la mia voce, o quella di Beneduce e di Cuccia. Non apparivamo in pubblico. Eravamo in ritardo rispetto ai tempi? Forse, come è stato detto. Io personalmente ne dubito. L’Italia è una democrazia dell’immagine. La comunicazione da noi è mezzo e sostanza. Allora noi lo capimmo bene. Forse con anticipo rispetto ai nostri tempi.

Il mio modo di rapportarmi di fronte alla società dell’informazione non era dettato da un distacco dalle regole del consenso o dei sondaggi, piuttosto ero convinto, e lo sono tuttora, che il primato della politica vada affidato al pragmatismo del fare piuttosto che ad astratti programmi, anche se resi accattivanti dal mezzo televisivo.

E se la difesa di questo convincimento comporta il rischio di non essere popolari presso l’opinione pubblica, io sono certo che gli italiani capiranno e sapranno essere riconoscenti. Abbiamo risollevato l’Italia dalla Grande crisi, in silenzio senza troppo clamore e abbiamo contribuito a risolvere il problema dello sviluppo italiano;Poi, dopo la caduta del Fascismo, siamo stati richiamati alla guida della politica economica del Paese distrutto dalla guerra. Più che inseguire i media non sarebbe meglio usare un linguaggio del fare?

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A tutti gli uomini liberi e forti

apr, 30

'08

Oggi si dichiarano tutti liberisti. La destra e la sinistra. Eppure come sessant’anni fa io non credo alle parole. Negli anni ’50 ho guidato insieme a pochi altri una dura polemica contro i padroni del vapore, contro lo Stato imprenditore e la partitocrazia che ne è un derivato. Tutte quelle battaglia hanno perso di attualità perché non c’è più nessuno che si opponga al mercato e alle sue regole. Eppure allora fui rimproverato di essere lo strumento inconsapevole dell’interesse dei poteri forti e dei ceti conservatori. Ricordo in particolare la polemica che ho avuto con i miei amici cattolici sulle Partecipazioni statali.

A onor del vero debbo riconoscere che la parte più avanzata del Paese vedeva nello Stato uno strumento di crescita economica e non di costruzione di rendite di posizione. Ma certo non è stato così negli ultimi quaranta anni. Poi, dallo scorso decennio, si è avviato un cambiamento, sono stati liberalizzati i mercati. Ma perché l’Italia non si è sbloccata? Perché le liberalizzazioni sono state insufficienti, o perché è mancato altro? E cosa?

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Onorevoli colleghi

apr, 29

'08

La Sicilia è la mia regione. La spedizione dei Mille è stata iniziata da un savoiardo ma è stata fatta quando noi abbiamo deciso di muoverci. E’ una terra che mi ha fatto soffrire ma che continua a stupirmi e a farmi sognare. Oggi come allora è una regione laboratorio della politica nazionale.

Allora a Marsala è diventata realtà l’Unità d’Italia; un vento del Sud ha cambiato i piani decisi a tavolino dalle grandi potenze e dagli intrighi di palazzo. Abbiamo vinto ,abbiamo dato speranza a tutti i popoli oppressi. E poi, cosa è successo? Cosa ci è successo? Di chi è la colpa? Sapremo riprendere il cammino del nuovo?

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Lavoratori italiani, cittadini lavoratori, uomini di tutte le forme, di tutte le espressioni della cultura!

apr, 11

'08

Provo un senso di amarezza nel pensare che tutto pare oggi finito lasciando macerie, sociali e umane. E’ difficile per me affrontare la fine di una illusione che è stata la mia fede, il mio ideale di una vita. Penso a un quadro che mi ritrae con un volto contadino, del mio Sud. E’ un ritratto del pittore Carlo Levi che ha visto in me un comunismo dal volto umano. Il futuro per lui aveva un cuore antico, il mondo dei braccianti di Cerignola, un Cristo povero e libero.

Poi è arrivato il 1956 con l’invasione dei carri armati dell’Unione Sovietica in Ungheria contro dei lavoratori ed io ho pianto. Erano lacrime versate per lavoratori uccisi in difesa della libertà e dei loro diritti; ho pianto per la responsabilità di aver condotto in un vicolo cieco i lavoratori e le lavoratrici del mondo.

Il gruppo dirigente comunista italiano non aveva avuto il coraggio di prendere le distanze da Mosca. Ho pianto perché capivo che il sogno del comunismo rischiava di finire lì. Libertà e comunismo seguivano strade divergenti. Antonio Giolitti ha scelto di uscire dal partito, io di rimanere dentro per continuare una battaglia nella speranza di poter realizzare il mio sogno. Due strade diverse ma oggi nessuna delle due sembra avere pagato.

Dove esiste in Italia, oggi, una rappresentanza forte e nella società e nel Parlamento che si ispiri agli ideali sempre giusti del socialismo?

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